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Panchina Rossa, le voci di Vera Squatrito e Giovanna Zizzo per dire "no" al femminicidio

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Una Panchina Rossa per dire basta al femminicidio. È l'iniziativa lanciata nel Comune di Trecastagni (Catania), ed estesa ad altri comuni dell'hinterland etneo, per istituire un simbolo in ricordo di tutte le donne vittime di quella violenza brutale che, per mano di un carnefice, le strappa prematuramente alla vita.

Quello del femminicidio è un crimine in costante aumento in Italia, specialmente nell'anno ancora in corso. La nostra redazione ha voluto contattare due donne siciliane, Vera Squatrito e Giovanna Zizzo, che hanno malgrado loro provato sulla pelle la dolorosa perdita delle rispettive figlie, Giordana di 20 anni e Laura di 11 anni, proprio a causa di questo terribile abuso.

Il coraggio e la forza di queste donne, insieme all'impegno di altri volontari, hanno portato alla nascita del progetto "Panchina Rossa". Proponiamo, dunque, ai nostri lettori la seguente intervista per comprendere meglio il messaggio che intende veicolare questa nobile iniziativa e riflettere allo stesso tempo sul dramma che accomuna tante famiglie.

Parliamo delle storie di Laura e Giordana, ovvero da dove tutto è cominciato. Signora Giovanna, inizi lei.

«La mia storia è iniziata prima perchè Laura è stata uccisa ad agosto 2014, mentre Giordana un anno dopo. Quando è successo il fatto di Giordana il mio pensiero è andato subito a Vera per il dramma che come me, da madre, stava vivendo. Ad un nostro amico comune ho detto di volerla subito abbracciare e così è stato. Lei ha intrapreso subito questa lotta per avere giustizia, ha lanciato una petizione e noi ci siamo aggregati. Sono storie completamente diverse perchè Giordana è stata uccisa dal compagno, la mia Laura è stata uccisa dal padre. Il significato è sempre uno: le nostre ragazze non torneranno ma vogliamo la certezza della pena. Vogliamo portare avanti questo discorso per le altre donne, per un futuro migliore affinchè lo Stato si svegli e capisca che ci vuole un giusto segnale. Chi commette un atto simile è consapevole di ciò che sta facendo e a cosa va incontro».

Lei ha parlato, appunto, di due storie diverse ma unite dallo stesso legame: la morte di due ragazze. Secondo lei l'opinione pubblica è riuscita a maturare un sentimento di sussulto interiore?

«In certi casi sì. Non posso parlare per il mio paese perchè non l'ho riscontrato: all'inizio erano tutti quanti vicini ma dopo meno se ne parla e meglio è, specialmente quando dal proprio sindaco ci si sente dire che Laura è vittima non di femminicidio ma di violenza familiare. A parte il fatto che non c'è nessuna differenza tra infanticidio, femminicidio od altro, poichè Laura aveva 11 anni quando è stata uccisa. Chi lo ha fatto ha agito come semplice vendetta nei miei confronti. Naturalmente il sindaco ha fatto un'affermazione basata sul fatto di non essersi documentato. L'assassino ha lasciato un biglietto scritto dove lui dichiarava che la colpa era in parte mia per non averlo saputo perdonare. Per scelta sua ha deciso come padre di ammazzare tutti i suoi figli. Fortunatamente Laura è riuscita a fare un unico grido e a svegliare la sorellina Marika che, aggredita anch'essa, è rimasta in coma quattro giorni. Adesso Marika ha 16 anni. Noi abbiamo fatto una fiaccolata in occasione del secondo anno della scomparsa di Laura ma non c'è stata una rappresentazione politica».

Questo perchè, secondo lei?

«Non lo so. Non vorrei usare questo termine che mi sembra un po’ pesante, ma c'è stata omertà. Come a voler salvaguardare la famiglia dell'assassino e non quella della vittima. Ho aspettato che venisse almeno qualcuno del Comune e invece non si è visto nessuno. Sì, ci è stata data l'autorizzazione per la fiaccolata ma non pretendevo certo il sindaco con la fascia tricolore. Già la sola presenza sarebbe stata diversa perchè c'erano persone che venivano da Santa Venerina, Acireale e Nicolosi ma mancavano le istituzioni».

Invece, e mi rivolgo a lei signora Vera, se un fatto di queste genere capitasse al di fuori dei confini siciliani, la situazione potrebbe essere diversa sotto il punto di vista istituzionale?

«No, non credo. Il mio comune è stato molto presente ma ci sono stati anche altri luoghi che per altre vittime del posto non lo sono state. Tutto sta al pensiero del politico in sé che è ovviamente l'uno diverso dall'altro. Non possiamo fare di tutta l'erba un fascio. Probabilmente il fatto di Laura è capitato in un momento particolare, poichè la bambina era piccola e in un discorso familiare molto forte. Anche se il finale è sempre quello. Quella di Giordana è un'altra cosa ma non tanto diversa da Laura. Nel caso di mia figlia c'è stata anche una persecuzione, una violenza psicologica. Da madre mi sono accorta dei cambiamenti di mia figlia: non usciva più, litigava sempre, non si riteneva più bella, il fidanzato era geloso di tutto ciò che lei toccava. Insomma, la voleva chiusa in una stanza a crescere una bambina. Lui aveva un'immagine da principe azzurro ma in realtà era un mostro. Quando lei decise di lasciarlo andò sempre peggio e da lì è partita la denuncia. Non è cambiato nulla, le istituzioni hanno sottovalutato la denuncia. Lui era sparito per un periodo ma non era stata fatta nessuna misura cautelare. Da lì ha iniziato a programmare come “arrivare” a lei».

Dunque, man mano che la situazione è andata avanti, è proseguita anche la persecuzione...

«Sì, ma questa è la caratteristica degli stalker che poi diventano assassini. Loro continuano. Nel 2013 la legge sullo stalking era entrata in vigore da poco, all'epoca non era come oggi. Però il problema è rappresentato dai tempi. Se i tempi si accelerano, già dal momento della denuncia la Polizia o i Carabinieri iniziano ad attivarsi. Loro questo diritto non ce l'hanno, devono aspettare la Procura, i cui tempi sono lunghissimi. Nel frattempo questa persona ha tutto il tempo per poter attuare un piano per sottomettere la vittima o addirittura ucciderla. Il rifiuto porta all'aggressione. Purtroppo non è semplice capire la violenza psicologica quando si è innamorati. Lo capisci con il tempo. Mia figlia, diversamente dal caso di Laura, non viveva nella stessa casa del suo aggressore. Io, da persona esterna alla coppia, me ne accorgevo».

Quanto tempo è passato dalla denuncia fino all'uccisione?

«Due anni precisi. Giordana è morta il giorno dell'udienza. È stata uccisa qualche ora prima, è entrato in macchina e l'ha ammazzata. Ma non è il primo caso simile, gli stalker e gli assassini agiscono sempre secondo un copia-incolla. Agiscono tutti allo stesso modo. Il problema è fermarli prima. Anche noi donne dobbiamo cambiare la cultura. Purtroppo viviamo l'amore a 360 gradi, non pensi mai che l'uomo a cui hai dato un figlio possa poi farti così male. Lui negli ultimi tempi, per avvicinarsi, utilizzò la scusa della bambina che non aveva mai visto. Giordana mi diceva: “mia figlia ha un papà, perchè non farglielo conoscere? Un giorno mia figlia cosa mi potrà dire?”. Io invece ero assolutamente contraria. Succede che subentra quella debolezza che tu pensavi di aver superato. Ti riabbraccia! Purtroppo loro sono molto bravi, tornano con questa dolcezza che è solo un modo per riagganciarti. Mia figlia nel frattempo si era rifatta un'altra vita e lui non lo accettava. Questo si capisce da come l'ha ammazzata: sfregiandole il viso come a voler dire “tu non sarai guardata più da nessuno” e colpendola nelle parti dove potesse soffire da cani. Questo è il classico femminicidio: l'uomo che ritiene la donna un oggetto e la deve utilizzare come e quando gli piace, senza accettare che abbia una testa. Non accetta i “no”, le controversie e le competizioni con altri uomini».

Da cosa puo' scaturire un atteggiamento del genere?

«Nasce dalla famiglia. È quella che getta il seme. Se io fossi stata una madre vecchio stampo e avessi detto a mia figlia “tieniti tuo marito”, probabilmente sarebbe rimasta sì in vita ma massacrata tutti i giorni. Io invece ho insegnato alle mie figlie l'importanza della libertà. Io ho anche chiesto aiuto ai suoi genitori ma ho visto le porte chiudersi sentendomi dire “nostro figlio è solo geloso, tua figlia fa danza e dunque è troppo libertina”. Giustificavano anche gli ingressi notturni in casa e di averle inserito un microchip nel telefonino per individuarle tutti i contenuti. Questo è stalking. Dopo la denuncia lui sparì e si ripresentò dopo un anno. Nel frattempo continuava a controllare la nostra vita. Iniziò a chiamare mia figlia per ottenere il passaporto, necessario attraverso l'autorizzazione della compagna quando c'è una figlia in comune. Abbiamo concordato tramite avvocati chiedendo l'affidamento definitivo della bambina poichè diceva di dover andare a lavorare all'estero. Diceva di dover andare a Santo Domingo o New York. Quei biglietti oggi riscontriamo essere quelli delle destinazioni dove voleva scappare. Aveva già progettato tutto. Sparì e riapparve un'altra volta con gli avvocati perchè gli era stata inviata la notifica per un'udienza per stalking. Da quel momento iniziò a martellare Giordana».

Sua figlia come si è trovata in quell'auto nel giorno della sua morte?

«Mia figlia lavorava in Ludoteca, aveva finito la sua giornata lavorativa e mi disse di star andando a mangiare qualcosa prima di rincasare. Ma mia figlia non rientrò più. Lui l'aspettò al suo rientro, la cercò al telefono ma non rispose e si nascose in attesa. La lasciò poi circa ad un chilometro da casa e Giordana non tornò più a casa. Poco prima mi scrisse “non sto rientrando a casa” poichè stava ritardando. Noi l'abbiamo ritrovata alle otto e mezza del mattino, alle sei avevo chiamato i Carabinieri perchè nella nottata l'avevo cercata senza trovarla. Vicino quella traversa ero passata tante volte ma non avevo mai imboccato quella strada. Evidentemente non la dovevo vedere. Oggi, scoprendo determinate cose, avrei dovuto agire prima».

Che ricordo conservate oggi delle vostre figlie?

G: «Eh, ce ne sono di ricordi. Di Laura ricordo la sua vivacità, era una ragazzina. Ricordo la sua voglia di vivere, voleva diventare veterinaria, voleva essere una “cavallerizza” come diceva lei. Amava tantissimo gli animali, non dimentico il suo sorriso e i suoi abbracci».

V: «Anch'io ho tanti ricordi. Di una persona ti manca tutto, gli abbracci, i baci... manca lei. Mi manca quello che avrebbe potuto essere, sicuramente. Perchè c'è anche una bambina da crescere senza una madre. E poi c'è un altro modo per cercare non di superare ma almeno di dare una forma di movimento, ovvero di non veder soffrire altre donne come soffriamo noi. Ragazze più piccole o più grandi delle nostre figlie. Proviamo a fermare in qualche modo la sofferenza con la prevenzione, di batterci e anticipare i tempi. Oggi ci sono centri antiviolenza che prima non c'erano».

A che punto siamo giuridicamente?

G: «Nel mio caso siamo a metà percorso, in Corte d'Assise».

V: «Io invece devo ancora iniziare. C'è il procedimento per stalking che sta andando avanti nonostante mia figlia sia morta. Per l'omicidio è stata richiesto un trasferimento del processo a Messina perchè l'aria catanese è contro l'assassino, la parte mediatica è troppo “alta” e i genitori hanno chiesto di proteggere questo ragazzo. Aspetto la cassazione che deciderà a riguardo. Sono poi consapevole del fatto che in questi casi si cerchino tutti i cavilli possibili per allungare i tempi».

Riallacciandoci invece al discorso dell'iniziativa Panchina Rossa, potete dirci quando è iniziata e come si è diffusa sul territorio?

G: «La Panchina Rossa è iniziata casualmente. Il 26 settembre 2016, in occasione del compleanno di Laura, non ho chiesto di fare fiaccolate od altro nel mio comune ma mi sono rivolta a Trecastagni per organizzarne una in memoria di mia figlia. Ho scelto Trecastagni perchè sono nata e cresciuta lì. Poi siamo arrivati ad organizzare qualcosa di più grande come un piccolo spettacolo e un discorso alla comunità. Posso dire che, malgrado un temporale allucinante, erano presenti tantissime persone. Ho avuto poi un'altra sorpresa, ovvero la realizzazione di una panchina da dedicare a Laura, Giordana e a tutte le donne vittima di femminicidio. L'idea è partita da Joe Faro, è stato lui a presentare l'iniziativa della panchina al comune ed è stata accolta subito dal consiglio comunale. Da lì è nata anche la Pagina Facebook della Panchina Rossa attraverso la quale abbiamo iniziato a divulgare questo messaggio. La Panchina Rossa è simbolo della lotta contro il femminicidio così come lo sono le scarpe, ma è un elemento forte. Chi arriva in una piazza e vede quella panchina rossa inizia a farsi domande. Anche gli stessi bambini».

È anche vero che iniziative del genere, non in Sicilia, hanno attirato diverse critiche. Ricordo ad esempio il caso della Panchina Rossa di Torino.

G: «Sì, a Torino quella panchina credo sia stata criticata per il disegno degli occhi. Quell'immagine è forte. Io ho detto a Vera di preferire una rosa bianca che potesse richiamare la purezza delle donne e delle bambine che vengono massacrate. Il rosso invece rappresenta il sangue. Credo, dunque, che siano stati quegli occhi a suscitare le critiche perchè colpiscono molto».

V: «Ad esempio a Belpasso è stata realizzata, stilizzata, una testa bianca con un busto e gli arti che richiama ad una figura femminile. Ognuno personalizza il messaggio, noi siamo per il rosso fuoco».

La Panchina Rossa è in programma anche in altri punti del catanese?

G: «Sì, ci siamo attivati in diversi comuni: Catania, Aci Castello, Valverde, Santa Venerina, Mascalucia, Battiati ed altri che hanno già deliberato. È stato deciso inoltre che da questo momento fino all'8 marzo, Festa della Donna, andremo a diffondere questo messaggio con la panchina».

V: «È una cosa che appartiene a tutti. Chi commette tali atti può essere anche gente in giacca e cravatta, non per forza di basso ceto. Noi come genitori cerchiamo di educare i figli, di comportarci noi bene in primis perchè il nostro è un messaggio d'amore e non di violenza. Tutto parte dalla famiglia ma non tutte hanno questo problema. Il punto è quello di non abbandonare il bambino. Spesso si sottovaluta ciò che pensa un figlio degli atteggiamenti del padre e della madre. Non devono essere necessariamente di violenza, ma anche di mancanza di attenzione o una cattiva educazione. Bisogna imparare a gestirsi».

Possiamo dire che la violenza non ha confini.

V: «La violenza non ha confini, esatto. Bisogna anche capire se il bambino ha subìto delle mancanze e le compensa nel tempo con gesti aggressivi. Succede anche questo».

G: «Per fare un esempio, recentemente nella scuola di Laura a San Giovanni La Punta è stato piantato un alberello perchè mia figlia aveva scritto un tema nel quale si era immaginata di essere un albero. Gli insegnanti hanno dunque proposto di piantarne uno con accanto una foto di Laura. L'altra sera, passandoci, non ho più trovato la foto. La vicedirettrice della scuola, che ho subito contattato, ha notato i rami rotti e la targa divelta. Sono stati i ragazzini stessi a farlo. Se non si ha rispetto per una semplice pianta e per il simbolo che costituiva, di cosa parliamo? E si tratta di bambini che vanno dai 5 ai 13 anni. Nessuno si era accorto di ciò? Forse è venuto a mancare il rispetto al giorno d'oggi».

Qual è il messaggio che volete inviare ad altre persone che hanno vissuto esperienze simili o che hanno paura di poter incappare in queste situazioni?

V: «Innanzitutto di denunciare e andare nei centri antiviolenza. Non bisogna sentirsi sole perchè non si è sole. Se ci rendiamo conto di una violenza ed usciamo da questa voragine che è quella di non voler fare del male alla persona che tu vorresti proteggere - ma che sta facendo male a te - allora ci riusciamo. Se sei sola ti annienti. I centri antiviolenza ti possono aiutare ma ci vuole anche il contorno. Una giusta pena è fondamentale. Questi uomini devono sapere che se tu uccidi trascorrerai tutta la vita in carcere. Non è possibile sperare né in regali né in sconti di pena. Siccome sono persone lucide a mio avviso è un deterrente. Credo sia anche una forma di rispetto per le donne morte. Una volta che muori è come se non esistesse più niente. Come se finisse tutto e si preferisse recuperare la persona ancora viva, ovvero il carnefice. Mentre non si rendono conto che ci sono persone che restano come i figli, le mamme e le sorelle».

Cosa vi sentite di dire, in conclusione, a chi vorrebbe avvicinarsi al progetto “Panchina Rossa”, oltre al fatto di denunciare la violenza?

G: «Come detto in precedenza, le ragazze che subìscono violenza devono denunciare. È la prima cosa da fare. Adesso ci sono associazioni e ci si puo' rivolgere a chiunque. Chi vuole unirsi a noi tramite la Panchina Rossa, che ben venga. Più siamo e meglio è. Prima di conoscere Vera, ad esempio, trascorrevo tutta la giornata al Cimitero. Perchè il mio posto era lì, lo è anche oggi ma adesso ho una spinta in più. Ho la spinta di poter dare voce a mia figlia. Lei non può più farlo. Noi siamo le "voci" delle nostre figlie. Se ci sono le altre mamme che si uniscono a noi, uscendo dal dolore psicologico, puo' essere d'aiuto a tutti per andare avanti. Questo mi dà la forza per farlo tutti i giorni. Il dolore è così grande da farti diventare egoista e ti fa isolare. Non ti fa vivere. Però questo è un imput in più per andare avanti ed aiutare».

V: «Noi diciamo “cchiù si ietta a vuci, e megghiu è!”. L'espressione richiama ad una canzone di Francesca Incudine, appunto “Iettavuci”. Mia figlia adorava ballare queste canzoni. L'unione è fondamentale. Da soli non si fa niente. Abbiamo raccolto anche 71.000 firme con la petizione su Change.org. Queste firme rappresentano il popolo e ciò significa che non siamo solo noi. Ci sono altre 71.000 persone che vogliono il cambiamento. Che qualcuno ci ascolti e che dia rispetto. Questo va sempre ricordato a caratteri cubitali. Non vogliamo vendetta, le nostre figlie non torneranno più. Ma pretendiamo il rispetto sia per chi è morto sia per chi è vivo».

Oggimedia ringrazia Vera Squatrito e Giovanna Zizzo per la disponibilità che hanno voluto concedere alla nostra redazione per parlarci della Panchina Rossa ed affrontare una tematica tanto importante quanto delicata come è quella del femminicidio. In conclusione di intervista, vogliamo allegare un pensiero scritto dalla Professoressa Cinzia Pagliara in occasione del compleanno della piccola Laura.

«Una panchina di legno è incontro. Lo sanno i vecchi che lenti lasciano scorrere ore troppo veloci per il loro desiderio di vita e che seduti dividono quello spazio e insieme i ricordi e le vite disperse nei giorni. Lo sanno gli occhi dei bambini,sudati dopo una corsa che è quasi fuga, prima che la paura di essere lontani porti il bisogno di ritrovare lo sguardo di chi paziente resta e apre le braccia. Lo sanno gli innamorati che seduti si perdono in sguardi ed abbracci,in desideri che si affacciano e si tengono per mano.

 

Una panchina di ferro è attesa. Lo sanno i passeggeri che non vorrebbero andare, eppure vanno, con una una valigia con dentro profumi e colori e la promessa di tornare. Lo sanno i viaggiatori con l'animo sospeso dietro un sogno e nello zaino pensieri irrequieti e scalpitanti,che guardano l'orologio per non guardare indietro. Lo sa chi aspetta una risposta, un verdetto, un esito, e seduto confonde immagini e speranze, in un groviglio di respiri e apnee.

 

Una panchina rossa è vita che urla potente, nonostante la violenza. Nonostante la morte. Perché rosso non è il colore del sangue:è il colore di un cuore che si è moltiplicato creando un mare di amore. È il colore della lotta che non si stanca, e che ha sempre nuova voce e nuove parole. È il colore dell'allegria bambina che è stata interrotta ma che ancora ride. Seduta su una panchina che ha il suo nome».

«Una panchina di legno è incontro. Lo sanno i vecchi che lenti lasciano scorrere ore troppo veloci per il loro desiderio di vita e che seduti dividono quello spazio e insieme i ricordi e le vite disperse nei giorni. Lo sanno gli occhi dei bambini,sudati dopo una corsa che è quasi fuga, prima che la paura di essere lontani porti il bisogno di ritrovare lo sguardo di chi paziente resta e apre le braccia. Lo sanno gli innamorati che seduti si perdono in sguardi ed abbracci,in desideri che si affacciano e si tengono per mano.

Una panchina di ferro è attesa. Lo sanno i passeggeri che non vorrebbero andare, eppure vanno, con una una valigia con dentro profumi e colori e la promessa di tornare. Lo sanno i viaggiatori con l'animo sospeso dietro un sogno e nello zaino pensieri irrequieti e scalpitanti,che guardano l'orologio per non guardare indietro. Lo sa chi aspetta una risposta, un verdetto, un esito, e seduto confonde immagini e speranze, in un groviglio di respiri e apnee.

Una panchina rossa è vita che urla potente, nonostante la violenza. Nonostante la morte. Perché rosso non è il colore del sangue:è il colore di un cuore che si è moltiplicato creando un mare di amore. È il colore della lotta che non si stanca, e che ha sempre nuova voce e nuove parole. È il colore dell'allegria bambina che è stata interrotta ma che ancora ride. Seduta su una panchina che ha il suo nome».

Fonte Foto: www.facebook.com

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Salvatore Rocca

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